Normalmente l’artista assegna a ciascuna composizione realizzata un titolo.
Titolo che costituisce parte integrante della composizione stessa perché contribuisce a fornire un ulteriore elemento per la comprensione dell’opera.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’opera debba esprimersi e farsi comprendere da sola senza alcun altro supporto , conseguentemente, il titolo appare superfluo e forse fuorviante nel meccanismo di libera interpretazione per l’osservatore – usufruitore.
C’è un argomento interessante da opporre a tale opinione.
L’arte, come la scienza procede per” intuizioni” ( in questo caso dell’artista ) nell’ambito di” progetti di ricerca” che mantengono la produzione artistica nel contesto della contemporaneità nella quale la ricerca artistica stessa si svolge.
Il parallelo tra arte e scienza non è peregrino ma affonda le proprie radici nel pensiero storico dei massimi pensatori.
Voglio qui ricordare un noto aforisma di Albert EINSTEIN: “ Dove il mondo cessa di essere il palcoscenico delle nostre speranze e dei nostri desideri per divenire l’oggetto della libera curiosità e della contemplazione, lì inizia l’arte e la scienza. Se cerchiamo di descrivere la nostra esperienza all’interno degli schemi della logica, entriamo nel mondo della scienza; se invece le relazioni che intercorrono tra le forme della nostra rappresentazione sfuggono alla comprensione razionale e pur tuttavia manifestano intuitivamente il loro significato entriamo nel mondo della creazione artistica.
Ciò che accomuna i due mondi è l’aspirazione a qualcosa di non arbitrario, di universale “.
Il titolo assegnato può validamente contribuire a sottrarre l’opera al sospetto di arbitrarietà e farla invece meglio apprezzare anche al distratto osservatore perché fornisce un ulteriore elemento di verifica che l’opera non è solo frutto di un occasionale lavoro manuale ma elaborazione di un’idea idea che trova poi una rappresentazione concretamente visibile.
Questo concetto d’altra parte è il nucleo dell’antropologia estetica che Georg W. Bertram, esponente di punta della filosofia dell’arte contemporanea, affronta nel suo recente libro“ L’arte come prassi umana”…….” per porre al centro l’arte nella prassi umana è necessario fare piazza pulita del riduzionismo che ha caratterizzato l’estetica moderna quando ha pensato nel modo sbagliato l’autonomia dell’arte sganciandola da ogni pratica, anche sociale, e spogliando anche l’oggetto estetico da ogni relazione col soggetto fruitore, nonché teorizzando un disinteresse che è distanza dall’opera d’arte stessa”.
Molte delle mie composizioni portano lo stesso titolo perché concepite e realizzate in un preciso filone di ricerca che prosegue talvolta per lungo tempo.
C’è un desiderio ed un’aspirazione di sapore sociologico alla base del mio lavoro artistico.
La Sociologia, secondo la più accreditata definizione, è la scienza che studia i fenomeni della società umana, indagando i loro effetti e le loro cause, in rapporto con l’individuo ed il gruppo sociale.
CONFINI , e CITTA’ SURROGATE, titoli che ricorrono nella mia più recente produzione artistica , non attengono alla topografia di luoghi geografici ma riguardano la persona umana.
Confini :vogliono rappresentare i limiti che ciascuno si porta dentro per cultura, formazione, estrazione sociale, educazione, e contro ai quali capita talvolta di trovarsi a lottare nel desiderio o nella speranza di liberarsene per sempre.
Sono le ansie, i pregiudizi ,le insicurezze, le frustrazioni, le paure nei confronti dei “ diversi “ per razza, per orientamenti politici, religiosi, sessuali, ecc .
Città Surrogate: non si riferiscono alla conformazione della città intesa come “ Urbs “, come territorio, ma nel senso di “ civitas”, aggregato sociale ,( il complesso dei cittadini) che subisce continue mutazioni per effetto di influssi esterni di natura culturale, etnica, religiosa, ecc.
La contemporaneità nella quale viviamo, oggi più che mai, ci espone quotidianamente ad esperienze che determinano reazioni comportamentali spesso condizionate da questi nostri “confini”, da questi nostri limiti e dalla percezione degli inesorabili cambiamenti del contesto socio-culturale nel quale viviamo ed operiamo, in altri termini, nella trasformazione del “costume”.
Una società ideale ha la necessità, quanto meno, di esplorare le ragioni dei propri limiti, per valutarli nella loro giusta portata, di cogliere e comprendere i cambiamenti del tessuto sociale, per sviluppare un giudizio critico sia esso affermativo o negativo.
Il compito dell’artista sta semplicemente nel segnalare il problema, evidentemente , non certo nel risolverlo.
L’opera, accompagnata dal suo titolo, raggiunge il suo scopo ed assolve alla sua funzione estetica se è capace di trasmettere il messaggio che ad essa l’artista affida.
La funzione è assolta anche se uno solo dei suoi osservatori sarà sensibilizzato e stimolato a riflettere sul tema che l’opera propone.
Lucio Perna